CHROMATIC CODES. LE META SINTESI DI GIANNINO FERLIN

di Isabella Falbo

 

Se il sonno della ragione genera mostri Ferlin, artista veneto legato all’astrazione pittorica, intende denunciare il degrado della nostra società contemporanea e ne ricerca i germogli di razionalità come unica soluzione per ovviarne la condizione di imbarbarimento.
L’indagine sulla condizione umana unitamente alla ricerca cromatica sono gli elementi attorno ai quali si sviluppa sin dagli inizi la poetica di Ferlin, la sua pratica artistica appare come un tentativo articolato di comunicare “il qui ed ora” tradotto attraverso codici cromatici per “cervelli evoluti”: le meta-sintesi.

Meta-sintesi è per l’autore rodigino il processo cerebrale di un cervello libero che affrancatosi delle esperienze metafisiche e metaforiche sfrutta razionalmente anche l’irrazionale.
Gli aspetti non razionali del mondo contemporaneo quali guerre di potere e di religione, rapporti disequilibrati tra paesi ricchi e poveri, la quasi rinuncia delle giovani generazioni occidentali alla riproduzione della specie, divengono grammatiche scomponibili in segni e linee sintetiche e cromatiche.

Le opere di Ferlin si compongono nel dialogo profondo fra la superficie di fondo e le linee rappresentative “del tutto” in movimento.
Attraverso una pittura dall’approccio strutturalista, basata sull’astrazione e la sintesi, immagini e contenuti appaiono come filtrati sulla tela, per permettere allo spettatore una visione e comprensione vissute direttamente dal “cervello superiore” senza mediazioni o impedimenti formali, con l’obbiettivo di emozionare senza sovrastrutture.
La cartella cromatica è composta da tonalità irreali definite utilizzando l’approccio del colour forecaster, che vede e prevede di quali tinte sarà il nostro futuro e considerando le eredità genetiche, sia conscie che inconscie e i significati legati all’uso dei colori.
La raffigurazione finale è un’immagine mentale composta sull’equilibrio di questi elementi.

Sviluppando una metodologia basata sulla razionalità e pragmaticià che dona alle opere di Ferlin un appeal più scientifico che artistico, le sue serie di Silenzi infiniti, Emozioni infinite e Presenze infinite appaiono come formule visive, espressioni essenziali.

Nella storia dell’arte ritroviamo straordinari artisti che hanno sviluppato pratiche basate sull’astrazione, sconfessando la rappresentazione della realtà per seguire regole comunicative dissociate dal naturale rapporto tra soggetto e forma.
La pittura di Ferlin seguendo una logica linguistica ben strutturata, con la finalità di esprimere il bisogno di ritrovare la razionalità umana, poiché “è la ragione ritrovata l’unica soluzione per un futuro preferibile”, sembra solo di facciata proseguire la via dei suoi illustri predecessori, derivando tuttavia indubbiamente dalla tradizione astratta l’impatto estetico dei lavori.

L’astrattismo, già nato in ambito internazionale con le sperimentazioni primo avanguardistiche di Vasilij Kandinskij, Kazimir Malevich e Piet Mondrian, viene accolto in Italia attorno agli anni ’30 sviluppandosi con il gruppo Kn, che annovera tra gli altri artisti come Mauro Reggiani, Osvaldo Licini, Lucio Fontana, Atanasio Soldati e Luigi Veronesi riuniti attorno alla Galleria Il Milione di Milano, e con il gruppo istituito a Como, ispirato dall’architetto Giuseppe Terragni e dai pittori Manlio Rho e Mario Radice con artisti quali Aldo Galli, Carla Badiali e Carla Prina.
La tradizione astratta prosegue in Italia fino agli anni ’60/’70 con Aldo Schmid e le sue ricerche rivolte alla percezione visiva, alla purezza formale e al colore. Con Dadamaino, la cui ricerca lineare e cromatica mirava a contribuire a quella ridefinizione dello spazio alla quale dedicavano le proprie pratiche artistiche anche autori come Aricò, Castellani, Coletta, Garutti, Nagasawa, Pinelli, Staccioli, Vago e Varisco. Con le ricerche cinetiche, ottiche e programmate di Alberto Biasi, Gianni Colombo e Getulio Alviani.

In ambito contemporaneo tra le ricerche più stimolanti del panorama internazionale appaiono le sintesi cromatico-psichedeliche del nuovo astrattismo di Ferruccio Gard e gli sviluppi pop di Jim Lambie.
L’italiano Gard trasformando la razionalià semantica in sostanza semantica attraverso pennellate liriche dai colori effervescenti, sembra ricreare tracce di energia cosmica che vanno a comporre rutilanti visioni davanti alle quali lo spettatore può abbandonarsi liberamente.
Lambie, artista di Glasgow con le sue serie di installazioni pavimentali quali Touch Zobop del 2003, sembra proseguire la tradizione astratta di derivazione Optical alla Bridget Riley.
Attraverso strisce colorate di nastro adesivo Lambie trasforma lo spazio quieto della galleria in uno spazio energetico e dinamico, vibrante di un ritmo pulsante che confonde e disorienta lo spettatore.

Ferlin attraverso il suo lavoro al contrario fugge queste caratteristiche di confusione e disorientamento latenti all’irrazionalità, peraltro ben celebrata anche da artisti come l’americano Paul McCarthy o il tedesco John Bock.
Se Ferlin dipinge con estrema sintesi espressiva manifestazioni di noi stessi attraverso linee dai colori della nostra memoria, McCarthy propone visioni dove l’umanità è protagonista all’interno di installazioni sceniche di allucinata violenza orgiastica e Bock, come filosofo del caos ricostruisce attraverso le sue opere un mondo surreale, all’interno del quale la logica sembra affetta da una sorta di spaesamento.

Razionalità contro irrazionalità, meta-sintesi contro istinto, contemplazione contro partecipazione, sono questi i valori su cui si fonda la pratica artistica pittorica di Ferlin.

Il processo di sintesi caratterizza fin dagli inizi la ricerca di Ferlin, “l’impressione” dei primi anni ’70 lascia posto alla “espressione” della seconda metà degli anni ’70, sempre interpretando la condizione esistenziale dell’uomo.
Alla fine degli anni ’90 notiamo l’autore assumere una connotazione più meditativa che approda negli anni 2000 alla sintesi attuale del linguaggio comunicativo dei colori, approccio esplicitato da Ferlin all’interno di due manifesti: il Manifesto dell’Oggettivismo Naturale e il Manifesto del Razionalismo Estetico.
Il colore non è più al servizio della forma ma impadronendosi di essa diviene il fulcro del linguaggio, conferendo nuovi significati agli elementi che compongono l’opera.
Le opere in mostra appartengono a questa ultima fase di ricerca, 3 le serie presentate Emozioni Infinite, Presenze Infinite e Silenzi infiniti.
In questi lavori lo spazio della tela non vuole rappresentare ma vuole essere uno squarcio di infinito dove lo spettatore “possa sentirsi”, possa ascoltare le proprie emozioni, possa meditare sulla propria esistenza.
Tutto appare riportato alla semplicità delle origini, il gesto primordiale della linea riconduce al momento del passaggio tra non essere e essere, alla coscienza del sé.
Nella serie dei “silenzi” le linee, rette o spezzate, non si toccano mai, rappresentano l’uomo solo con sé stesso.
Nella serie delle “emozioni” le linee si toccano, entrano in contatto, combinandosi in modi sempre diversi. Rappresentano l’importanza per l’essere umano delle relazioni con gli altri.
La serie delle “presenze” sembra farci riprovare l’emozione sublime di ogni volta che incidiamo uno spazio dichiarando la nostra esistenza.

Come in un sogno lucido, Ferlin con i suoi codici cromatici vuole essere anticipatore di un possibile futuro migliore e, tentando di indurci a ritrovare il vero senso della nostra esistenza, ci riporta ai desideri e alle speranze tipici della nostra condizione umana.

 

ISABELLA FALBO, testo critico per la mostra Chromatic Codes, personale di Giannino Ferlin. A cura di Isabella Falbo e Roberto Roda. Conegliano (Treviso), Galleria d’arte La Roggia, dicembre 2009; Fratta Polesine (Rovigo),Villa Badoer, ottobre 2009; Cento (Ferrara), Rocca monumentale, dicembre 2008. Pubblicato in GIANNINO FERLIN, Chromatic Codes, a cura di Isabella Falbo e Roberto Roda, Mantova, Editoriale Sometti, 2008, pp. 17 – 21.